• Il senso della fuga

    di Hajar Azell

    Marcos y Marcos, febbraio 2026

    Traduzione di Sara Giuliani

    pp. 224

    €18 (cartaceo)

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    Ciò che amo di questa casa editrice è il suo andare sempre contro corrente, o meglio, secondo la propria corrente. In un periodo editoriale in cui i contenuti sembrano tutti uguali, ciò che contraddistingue Marcos y Marcos è la voglia di essere diversi. Lo si percepisce già dalle copertine che sono sempre accattivanti, mai banali, e grazie al cielo non propongono sempre e solo il volto di una donna (basta, davvero, ne siamo pienamente saturi). Lode ad Andrea Cavallini , in arte Dr Bestia, che col suo tratto rende sempre riconoscibile e suggestivo guardare un Marcos. Ma ora veniamo al contenuto. Questa storia racconta di una fuga nella speranza di ritrovare se stessi. E forse anche qualcosa di più.

    Città dopo città si era abituata al gioco del viaggio e della casualità. Perché era partita la prima volta? Per chi? (p. 81)

    Con Il senso della fuga di Hajar Azell seguiamo il percorso di Alice, giovane giornalista freelance che viaggia per il mondo. La sua carriera inizia a Beirut nel 2010, poi si ritrova nel cuore della rivoluzione egiziana del 2011, in piazza Tahrir, e segue la caduta del dittatore Mubarak. Attraverso gli occhi di Alice, (ri)scopriamo tutti i fermenti di quel periodo: i giovani militanti, gli attivisti in favore della democrazia e i giornalisti dell’opposizione, le loro contraddizioni, quelle della società egiziana e, molto più tardi, la ripresa del controllo da parte dell’esercito.

    Alice è sempre all’erta e abbraccia il caos del mondo per comprendere meglio il proprio. La giovane si dedica anima e corpo a un giornalismo crudo e il suo incontro con Bassem, giornalista egiziano tanto appassionato quanto disilluso, scatena un amore dettato dal bisogno di colmare le proprie solitudini e dalla necessità di affrontare i fantasmi del proprio passato. Alice nei suoi viaggi si scontra con la violenza del mondo è la relazione col collega diventa un concentrato di tensioni e incomprensioni culturali che non la fanno avanzare ma esplodere: uno specchio di ciò che succede nel mondo. Alice si ritrova poi ad Aleppo, bloccata sotto le bombe di Bashar Al-Assad. Di fronte alle violenze di quest’ultimo, perde gran parte delle sue illusioni sulla possibilità di cambiare il mondo.

    Alice cammina verso casa, con un nodo allo stomaco. […] ogni giorno pensa al sole di Aleppo. Era arrivata in città in una calda mattina del luglio 2012 per seguire l’avanzata dei ribelli a nord. Il suo sguardo si era posato sulle parabole color oro arruginito, alla ricerca di punti in comune con i suoi viaggi precedenti. Con le sue pietre slavate, Aleppo sembrava Amman. I balconi squadrati con le lunghe tende colorate ricordavano vagamente quelli di Beirut. Al suo ritorno, l’avevano messa a riposo forzato. Lei avrebbe preferito continuare, ripartire, fuggire, avrebbe preferito dimenticare. Avrebbe preferito svegliarsi un giorno dicendosi che quei morti non erano morti e che la vita poteva continuare. (p. 99-100)

    Al suo ritorno a Parigi nel 2013, la giovane giornalista sente la necessità di riconnettersi alle sue radici soprattutto con la città di Orano, la città di suo padre, scomparso anni prima. La svolta è l’incontro con Ilyes, un giovane algerino, anche lui originario di lì. A Orano, in Algeria, Alice indaga in particolare sugli harragas, cosiddetti “bruciatori di frontiere”, pronti a tutto pur di attraversare il Mediterraneo e raggiungere il sogno D’Europa in cui potranno vivere meglio. Lì Alice cerca anche se stessa, le proprie tracce, per riprendersi dopo aver assistito e vissuto l’orrore della “Storia” che si sta compiendo, ma inaspettatamente qui ci saranno anche l’amore e una nuova maturità ad aspettarla.

    L’autrice ci regala il ritratto di una giovane donna vivace, affamata di vita e profondamente attenta alle tensioni del mondo. Il romanzo esplora con passione i temi della fuga e dell’esilio e ci fa immergere nel cuore di un Libano crepitante di energia, della rivoluzione che scuote l’Egitto e di un’Algeria ancora piena di speranza. Con la sua scrittura precisa e magnetica, ci cattura fin dall’incipit, presentandoci una protagonista che non è affatto un’eroina quanto una figura realmente umana, immersa nei propri ideali, combattiva e fragile allo stesso tempo.


    L’universo descritto da Azell è infatti un organismo pulsante di tensioni violente ma anche di speranze deluse, una mappa di luoghi che tremano al ritmo degli sconvolgimenti della Storia. Gli scenari delle città visitate da Alice non hanno nulla di confortevole perchè sono presentate nella loro cruda essenza. L’autrice sviluppa una narrazione quasi sensoriale e talvolta frammentata, che cattura sensazioni e impressioni fugaci. Il ritmo è certamente incalzante e la storia si legge d’un fiato eppure la voglia di andare avanti è inevitabilmente rallentata dal piacere di soffermarsi a riflettere.

    Le grandi questioni sollevate da Il senso della fuga non si riducono alla ricerca di un senso: Alice in realtà vuole trovare un posto nel mondo, ma non conosce davvero il mondo. L’impegno giornalistico, quindi, perde la sua missione primaria e si riduce a una cornice in cui tentare di dare forma al caos, di trovare un punto in cui aggrapparsi a un un mondo che le sfugge continuamente. L’identità, appare quindi come una costruzione precaria, continuamente plasmata dai traumi della storia. Questo romanzo, in modo implicito, ci parla di quel vuoto interiore che ci spinge a cerca una vera pace, anche e soprattutto interiore. L’Algeria stessa, vista come speranza di risoluzione e chiarimento sulle sue origini, si rivela un enigma difficile da decifrare, perché non ci sono veri punti di riferimento, ma pezzetti di una storia famigliare dalle ferite ancora aperte. La ricerca identitaria in questa accezione offre più domande che risposte e ci spinge a interrogarci su quale sia il vero senso della ricerca stessa.


    Questa magnifica opera trova una forte risonanza nella nostra epoca disorientata, fatta di poche certezze e troppe fragilità. Alice incarna con forza questa generazione incerta e in balia del mondo che ha ereditato. Divisa tra le sue radici francesi e algerine, simboleggia questa identità composita, questo nomadismo contemporaneo che sembra essere il destino di una parte crescente delle nostre esistenze. Il romanzo di Hajar Azell trova la sua vera forza nella bellissima costruzione dei personaggi, nella capacità di rievocare la Storia con minuzia, facendo trapelare l’orrore senza mai nascondere quel velo di speranza che lo rende così intimo e delicato, e imponendosi come un’opera significativa per il nostro tempo. Con il suo sguardo sul mondo, ci dà la possibilità di dare un senso più sincero alla nostra esistenza, sia come singoli individui che come insieme di un’unica realtà.

    Carlotta Lini

  • I convitati di pietra

    di Michele Mari

    Einaudi, novembre 2025

    pp. 168

    €17.50 (cartaceo)

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    Il titolo non è un semplice vezzo erudito. I convitati di pietra di Michele Mari, pubblicato da Einaudi nel novembre 2025, porta con sé una memoria teatrale antica: quella statua che, in Tirso de Molina e in Molière, accetta l’invito a cena e presenta il conto. Non occorre nominare il Don Giovanni per avvertire la vibrazione di quella scena: il banchetto, l’arroganza della giovinezza, l’illusione di poter restare impuniti. Nel romanzo di Mari nessuna statua tende la mano gelida. Eppure qualcosa siede al tavolo, anno dopo anno. Non è soltanto il compagno che manca, non è solo la fotografia mentale di chi non tornerà mai più. È la parte di noi che credeva di essere eterna: il tempo che si compatta e prende forma. Se in Tirso de Molina e in Molière il convitato incarna una giustizia verticale, qui la resa dei conti ha un andamento più terreno, quasi burocratico: un bonifico annuale, un investimento, una percentuale. La punizione non scende dall’alto, cresce con gli interessi. E l’attesa non è quella dell’inferno, ma della statistica.

    Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, piú che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. (p. 3)

    La cena diventa così un teatro vivente e vorace. A ogni brindisi si fa spazio una crepa, quella dell’avidità, e dietro ogni falso sorriso si nasconde una previsione: chi sarà il prossimo a morire? Non serve il soprannaturale: basta la competizione, basta l’idea che sopravvivere equivalga a vincere e così, quando qualcuno si alza per l’ultima volta, il tavolo si restringe, come se la pietra avesse fatto il suo lavoro.

    Mari sembra suggerire che il vero convitato non sia tanto il morto, quanto piuttosto l’irrisolutezza che resta tra i vivi.

    I convitati di pietra è un romanzo che comincia con un brindisi e si chiude con un conto aperto con il tempo. Il 22 luglio 1975, la classe di maturandi della III A del Liceo Ginnasio di Berchet di Milano decide di legarsi a un patto che ha i sapori del rischio e dell’inganno. Le regole sono semplici: ogni anno una somma versata, un capitale che cresce, un premio destinato ai tre superstiti. All’inizio pare quasi un gioco adolescenziale, ma solo in apparenza perché negli anni diventa un meccanismo che rivela una spietata e distruttiva maschera di insaziabilità omicida. Quel potere quasi divino di stabilire chi deve vivere e chi no.

    Mari orchestra la vicenda con grande maestria, come fosse un burattinaio con le sue marionette: da un lato gioca con la vita dei suoi stessi personaggi, dall’altro offre una veduta spiazzante della perfidia umana. Non mancano i nostalgici riferimenti al cinema e, in particolare, a Gene Hackman, che qui, più che un richiamo al grande attore, pare quasi un’evocazione a un ‘entità superiore, dotata di fascino e maliziosa ironia.

    Non si è mai saputo chi avesse contattato chi: verrebbe da pensare che Hackman fosse stato contattato dal più esperto Kirk e Reynolds dal meno esperto Michael, sta di fatto che quando Hackman scoprì di essere l’alternativa di Reynolds rifiutò senza nemmeno dare uno sguardo di sceneggiatura. Ecco, su questa serie di equivoci si tormentava Semprini. C’era un altro ruolo che il suo idolo avena rifiutato, ma in questo caso Semprini non solo non soffriva ma anzi approvava. Si trattava della parte di Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti, un film che non lo aveva mai entusiasmato e che secondo lui era adattissimo a ruotare attorno agli occhi acquosi di un attore sopravvalutato come Anthony Hopkins. (p. 103-104)

    In un certo senso è un’opera ciclica, che si ripete continuamente. Ogni 22 luglio infatti i compagni si ritrovano, si studiano, misurano rughe, diagnosi, e, cadute. L’amicizia assume la forma di una partita a scacchi in cui la pedina da sacrificare è sempre un volto conosciuto. Lì, tra un brindisi e un sorriso forzato, l’affetto si intreccia con il calcolo, e la memoria con l’invidia. Indovinare chi sarà il prossimo equivale a desiderarlo. E il desiderio diventa ancora più feroce quando si è avidi di denaro e la bramosia di vincere offusca ogni ragione.

    Il romanzo procede lungo i decenni fino al 2050 e oltre, seguendo le traiettorie dei trenta ex alunni come se fossero linee su un grafico che si assottiglia anno dopo anno. L’adolescenza, il periodo della vita in cui ci si sente invincibili, ritorna come un’eco beffarda mentre la vecchiaia avanza con la sua contabilità maligna. Mari osserva entrambe con un doppio registro: commozione e sarcasmo, in una sorta di macabra malinconia che va a braccetto con un prelibato gusto per il paradosso.

    La forza del libro sta nell’ambiguità che tutti conosciamo: la cena di classe come capsula temporale. Per qualche ora riaffiora la versione migliore di noi stessi, quella che abitava i corridoi del liceo. Poi basta una crepa per rivelare frustrazioni, atti insoluti e competizioni mai sopite. In questo spazio ambiguo prende forma la vera posta in gioco: non il denaro, ma il confronto ineludibile con chi eravamo e con chi siamo diventati.

    Stizzita, frustrata, si chiese poi, come le era già capitato in precedenti occasioni, che senso avesse rivedersi ogni anno a cena, dato che nulla legava le loro vite al di là del fatto casuale e ormai superatissimo di aver fatto parte della stessa classe per un pugno di anni scolastici: certo, c’era la riffa della morte, che però, una volta impostata, poteva prescindere dallo stanco rituale dei simposi, anzi lo doveva, se non altro, per una questione di eleganza. (p. 13-14)

    Mari si diverte. Lo si avverte nelle invenzioni narrative, nelle deviazioni improvvise, nelle scommesse clandestine e nei tentativi maldestri di piegare “il Fato”. Ma soprattutto lo si percepisce dall’affetto che nutre per i suoi personaggi e per la difficoltà, mano a mano, a lasciarli andare. Eppure sotto la superficie ludica vibra una domanda più cupa: quanto del nostro destino dipende da una decisione presa con leggerezza? E quanto, invece, da quella parte opaca che è dentro di noi e che preferiamo non guardare?

    I convitati di pietra ci dimostra come «il passato (o meglio, la Morte) non resti dietro di noi, ma dentro di noi»: prende posto accanto a noi, ci versa da bere, e attende il momento giusto per fotterci.

    Carlotta Lini

  • Venti attesissime novità in uscita nei mesi di Febbraio e Marzo 2026.

    1. LEZIONI SULL’ODIO di Michela Murgia (Einaudi)

    Data di uscita: 19 febbraio 2026

    pp. 128

    €14 (cartaceo)

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    Una riflessione radicale, icastica e originalissima, concepita da una delle menti più luminose e illuminanti che la cultura italiana abbia conosciuto. L’odio è uno dei pochi tabù che non si riescono a infrangere, più del sesso o della morte. Eppure tutti lo proviamo: «Io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi», scherza Michela Murgia in questo libro irriverente, nato da una serie di lezioni pubbliche tenute qualche anno fa. La sua tesi è che l’odio possa essere una virtù, dipende da come lo pratichiamo. Per esempio, con “Odio gli indifferenti” Antonio Gramsci ha mostrato che, se riconosciuto e disciplinato, questo sentimento non è per forza distruttivo. Passando dalle maledizioni sarde ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di san Paolo, Murgia smonta i nostri pregiudizi e rivendica il diritto di odiare – specialmente i prevaricatori, i prepotenti, tutti coloro che non credono nella responsabilità collettiva del bene. E compie così il miracolo di parlare ancora del nostro tempo, che dall’odio distruttivo è inquinato; sembra rivolgersi proprio a noi che continuiamo ad abitarlo, con la consueta ironia e la lucidità profetica di una voce che nulla potrà mai spegnere. «Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto. Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna».

    2. L’INVERNO DELLA LEVATRICE di Ariel Lawhon (Neri Pozza)

    Data di uscita: 24 febbraio 2026

    pp. 496

    €22 (cartaceo)

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    Maine, 1789: con il disgelo, il fiume Kennebec restituisce il corpo di un uomo intrappolato nel ghiaccio. Martha Ballard viene chiamata a esaminarlo e a stabilire le cause della morte. In qualità di levatrice e guaritrice, Martha è testimone silenziosa di tutto ciò che accade dietro le porte chiuse della comunità di Hallowell. Nel suo diario, da sempre, annota con precisione ogni nascita, ogni morte, ogni crimine e ogni scandalo che scuote il paese. Qualche mese prima, Martha aveva registrato i dettagli di un’accusa di stupro mossa contro due dei cittadini più rispettati della città, uno dei quali è proprio l’uomo ritrovato nel ghiaccio. Quando però il medico locale scredita le sue ipotesi, definendo la morte un semplice incidente, Martha decide di condurre da sola un’insidiosa indagine per far emergere la verità.

    3. L’IDIOTA DI FAMIGLIA di Dario Ferrari (Sellerio)

    Data di uscita: 17 febbraio 2026

    pp. 500

    €18 (cartaceo)

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    Igor ha da poco oltrepassato la soglia dei quarant’anni, vive a Roma con la fidanzata Marta e un gatto, e si guadagna da vivere con le parole. È un traduttore, passa le sue giornate chino sulla scrivania traducendo operette perlopiù trascurabili quando non proprio impresentabili, eccezion fatta per il sommo Badwalds – «che il Signore me lo preservi» –, autore di culto di cui è diventato, un po’ per caso, la voce italiana. Marta, abbandonata la carriera accademica dopo una cocente delusione, si è da poco reinventata saggista femminista, ha all’attivo un paio di libri ed è lanciatissima sulla scena editoriale.
    Le giornate di Igor si somigliano un po’ tutte, almeno finché le frustrazioni del traduttore e le invidie del fidanzato devono farsi da parte per fronteggiare una crisi più urgente. Un messaggio della sorella Ester lo informa che il padre sta perdendo lucidità. La demenza senile avanza implacabile e presto tutto ciò che rimane dell’altero Franco Nieri – soprannominato Herr Professor, sosia di Adorno e severo teorico post-marxista – sono pochi balbettii e un’infinità di ricordi. Igor, tornato a Viareggio, affronta la crisi familiare, rimettendo insieme i brandelli di una vita intera, quella di Herr, una vita di ambizioni frustrate e sogni politici irrealizzati.
    Con sarcasmo brillante e ironia pungente, tra pagine comiche e passaggi commoventi, Ferrari ci porta di nuovo a Viareggio, questa volta per affrontare il rapporto tra padri e figli, le incomprensioni, i conflitti, gli affetti. E per farlo ci trascina nelle esilaranti storture del mondo editoriale, raccontandoci il disagio di una generazione un po’ sghemba, in un romanzo stratificato che è a un tempo romanzo politico, satira e romanzo di formazione.

    4. PECORA NERA di Georgette Heyer (Astoria)

    Data di uscita: 13 febbraio 2026

    pp. 288

    €18 (cartaceo)

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    L’arrivo di Miles Calverleigh a Bath è l’evento della stagione. Tornato dall’India immensamente ricco, Miles è infatti un’autentica “pecora nera”: un uomo che la buona società condanna a causa dei suoi scandali giovanili e della sua sfacciata indifferenza al bon ton, ma non può fare a meno di considerare (e di temere). A differenza di lui, Abigail Wendover, energica, schietta e felicemente zitella a ventotto anni, è una donna dalla reputazione inattaccabile, ma soprattutto è insofferente alle sciocchezze romantiche che invece riempiono la testa di Fanny, sua nipote, perdutamente innamorata di un affascinante e squattrinato cacciatore di dote… che poi è proprio il nipote di Miles, Stacy. Per salvare la famiglia dalla rovina, Abigail sarà costretta a stringere un’improbabile alleanza con Miles, ma scoprirà ben presto che la “pecora nera” è molto più onesta, coraggiosa e pericolosamente attraente degli integerrimi, prevedibili, impettiti gentiluomini che la circondano. E le conseguenze saranno del tutto inattese… Con la sua abituale maestria, Georgett Heyer ci conduce in una danza scandita da rivelazioni e pettegolezzi, dialoghi scintillanti e colpi di scena e ci indica, con suprema eleganza, come la strada maestra per raggiungere il vero amore sia spesso quella più imprevedibile.

    5. VIA DELLE STREGHE di Marilù Oliva (Solferino)

    Data di uscita: 10 febbraio 2026

    pp. 272

    €18.50

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    Quattro donne: Zulmira, la «maga» del quartiere, Serena, appassionata di kung fu e fidanzata con un poliziotto, Magalie, docente universitaria con un passato tormentato, e Iside, brillante informatica confinata su una sedia a rotelle. Quattro normali vicine di casa di un vicolo nel centro di Bologna, che si ritrovano la sera in salotto per torta, tisane e chiacchiere. Solo che quei convegni sono più simili a moderni sabba, in cui progettano quella che chiamano «magia nera». Ovvero omicidi: la vendetta per efferati femminicidi i cui autori l’hanno fatta franca, sgusciando tra le maglie della legge, come è successo all’ex fidanzato assassino della sorella di Serena. Pur con qualche dubbio, le quattro «streghe» si sentono dalla parte della giustizia. Ma la violenza prende sempre la mano e il caso è un ingrediente pericoloso, capace di infilarsi anche in una pozione preparata con cura. Tra un amore tossico che ritorna dal passato e un giovane corteggiatore troppo curioso, un presunto tesoro nascosto e un’incursione azzardata nel deep web, la situazione diventa presto molto pericolosa. Tanto da mettere a rischio un piano, un’amicizia e più di una vita.
    Per che cosa siamo disposte a uccidere? È la domanda che corre attraverso questa storia nera, avvincente e contemporanea, mentre le quattro formidabili protagoniste, determinate quanto fallibili, si muovono sul ghiaccio sottile che separa il senso della giustizia dalla vertigine dell’arbitrio. Mettendo a nudo l’anima stessa del nostro tempo.

    6. OMBRE FOLLI. Lettere 1927-1938 di Joseph Roth e Stefan Zweig (Adelphi)

    Data di uscita: 11 febbraio 2026

    pp. 516

    €32 (cartaceo)

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    Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei, entrambi scrittori, ma tutto li separa: di tredici anni più anziano, Zweig gode di una fama internazionale di cui mal sopporta l’onere e le responsabilità: «Meglio essere dimenticati che diventare un marchio» confessa; Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta grazie a Giobbe e La Marcia di Radetzky, si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche, al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole. Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un’amicizia ardente, e tragica, testimoniata da questa corrispondenza, fra le più alte del Novecento. All’angoscia di Roth, che solo nell’alcol sembra trovare requie, ai suoi scatti di collera, alle sue ricorrenti richieste di denaro, alla sua urgenza espressiva – che nasce dal desiderio di perdersi in destini inventati –, Zweig risponde con pacata fermezza, con quell’«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti. Mentre Roth, che del nazionalsocialismo ha subito presagito le atroci conseguenze, vorrebbe scuotere la mansuetudine e la saggezza dell’amico, indurlo a un’intransigenza più che mai necessaria nell’«ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione». Ma i contrasti, anche accesi, non intaccheranno un legame indefettibile, come dovrà riconoscere nel 1937 anche il più misurato e ponderato Zweig: «contro di me Lei può fare tutto quello che vuole, può disprezzarmi, può attaccarmi in privato o in pubblico, non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice, un amore che soffre per le Sue sofferenze».

    7. MATERIALISMO GOTICO. Vivere e morire al tempo delle macchine di Mark Fisher (Einaudi)

    Data di uscita: 26 febbraio 2026

    pp. 312

    €19 (cartaceo)

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    Viviamo nell’epoca del materialismo gotico. Il tempo delle piattaforme e dell’IA, della guerra trasmessa in streaming, delle identità in pezzi, del lavoro che divora la vita, del confine ormai svanito tra carne e macchina, tra naturale e artificiale, tra verità e menzogna. Tra vita e morte che, come nei romanzi gotici, si scambiano costantemente di posto: è il distopico ma seducente presente di ChatGpt e del tecnocapitalismo. Eppure è anche il mondo che Mark Fisher aveva previsto e raccontato vent’anni fa in questo libro profetico e inedito, ideale prequel di “Realismo capitalista”. Un manifesto lucidissimo e visionario capace di illuminare, con decenni di anticipo, il nostro tempo oscuro. E se le macchine fossero vive? È questa la domanda che infesta come uno spettro le pagine di “Materialismo gotico”. A cui ne segue una ancor più inquietante, che mette i brividi: e se fossimo noi a essere morti come le macchine? Che senso avrebbe allora abitare un tempo dove tutto, la materia organica come quella inorganica, è morto? Mark Fisher ci trascina in un mondo che alla fine degli anni Novanta sembrava soltanto un distopico futuro non troppo prossimo, immaginato da filosofi, scrittori e registi, e che è ormai invece diventato il presente nel quale tutti ci muoviamo confusi e sperduti. Un mondo dove essere dotati di possibilità di azione non significa necessariamente essere vivi. Il materialismo gotico delinea un orizzonte in cui la distinzione fra organico e inorganico, razionale e irrazionale, tra finzione e teoria, si è dissolta nell’aria cibernetica. Universi ipermoderni, dominati dai prodotti scintillanti di un capitalismo tecnicamente sofisticato che però ricordano così da vicino gli zombie e i demoni dei tempi arcaici. Incubi popolati da corpi vuoti eppure capaci di agire, figure ambivalenti che fanno esplodere i confini della soggettività: “Blade Runner”, “Terminator” e intelligenze artificiali. Un’analisi filosofica, che si muove sfrenata tra Deleuze e Guattari, Spinoza e Baudrillard, e che parlando della letteratura cyberpunk ci svela come un oracolo il senso delle inquietudini dell’oggi. Tra macchine che somigliano a esseri viventi ed esseri viventi che somigliano a macchine, sembra impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che è virtuale. E sembra inutile immaginare di cambiare un mondo che va in rovina perché siamo troppo vincolati alle forze che lo dominano. Con “Materialismo gotico” muove i primi passi la riflessione che ha forse avuto più influenza sul dibattito contemporaneo, il nucleo del pensiero da cui Fisher è partito per ridefinire la mappa teorica del nostro presente.

    8. LE SORELLE IN GIALLO di Mieko Kawakami (Edizioni e/o)

    Data di uscita: 4 marzo 2026

    pp. 624

    €24 (cartaceo

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    Hana ha quarant’anni quando viene a sapere per caso che Kimiko, la sua Kimiko, è finita nei guai con la giustizia. L’aveva incontrata per la prima volta da adolescente mentre cresceva senza padre in un alloggio popolare della periferia di Tokyo. Kimiko era stata il suo faro di speranza, un’adulta in grado di parlare la lingua dei giovani e prendersi cura degli altri. Insieme aprono il Lemon, un bar che, nonostante l’ambiente un po’ malandato e la clientela a tratti equivoca, diventa per Hana un rifugio e un’occasione di riscatto. Il destino metterà sulla loro strada Ran e Momoko, altre due ragazze un po’ ammaccate dalla vita. Prendendosi cura una dell’altra le quattro amiche lottano contro sciacalli, criminalità organizzata e la cattiva sorte. Nella cornice della vita notturna di Tokyo, Hana dovrà essere più che determinata per tenersi stretta la sua nuova felicità. Un romanzo che, come molti dei recenti successi letterari – da Donna Tartt a Hanya Yanagihara – esplora i modi in cui gli esseri umani riescono (o no) a sopravvivere insieme.

    9. I DELITTI DI RUE DU LOUVRE di Michaela Watteaux (Nord)

    Data di uscita: 3 febbraio 2026

    pp. 384

    €19 (cartaceo)

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    Parigi, 1925. Tra i locali di lusso, le danze disinibite nei cabaret e i cenacoli fumosi dei poeti surrealisti, la città sembra essere proiettata in una nuova era di cambiamento e benessere. Simbolo di questo rinnovato progresso è la Centrale Gutenberg in rue du Louvre, il più grande centralino telefonico di Parigi, che dà lavoro a decine di ragazze finalmente libere di esprimersi fuori dalle mura domestiche. Ma questo sogno rischia d’infrangersi quando due di loro vengono trovate brutalmente assassinate, con il volto sfigurato e coperto da una maschera simile a quelle usate dai soldati rimasti sfregiati durante la Prima guerra mondiale. Un dettaglio che induce a concentrare i sospetti sull’indiziato più ovvio: Mangrin, un reduce ferito nel corpo e nell’anima, che si guadagna da vivere come custode della Gutenberg.
    Tuttavia la teoria non regge allo scrutinio di Paul Varenne, un ispettore di polizia che ha provato sulla propria pelle gli orrori delle trincee e si è inimicato i superiori a causa del suo anticonformismo e della sua testardaggine. Convinto che Mangrin non sia altro che un capro espiatorio, Varenne inizia a indagare, rendendosi presto conto che quegli omicidi non sono che la punta dell’iceberg. Aiutato da Mathilde de Villedieu, una giovane e brillante psicoanalista legata a una delle vittime, Varenne si farà strada tra le pieghe più oscure della società parigina, inseguendo una verità tanto tragica quanto pericolosa, che coinvolge persino i vertici del potere. E tra loro c’è chi è disposto a uccidere pur di mantenere il segreto.

    10. LA FINE DEL MONDO di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie)

    Data di uscita: 20 febbrao 2026

    pp. 368

    €20 (cartaceo)

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    Uno dei «romanzi» più toccanti ed esilaranti della nostra letteratura recente «Estremamente potente e ricco, di una ferocia senza precedenti… Erede degli eroi tormentati di Céline, Malcolm Lowry, Don De Lillo» la Repubblica «Con la sua scrittura travolgente riesce a catturare, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, il trauma storico di quel ‘groviglio’ che chiamiamo Italia» Tuttolibri-La Stampa – Andrea Cortellessa «Spesso insuperabile. Un classico moderno. Una nuova Odissea» El País «Pecoraro è autore di quello che andrebbe definito il Grande Romanzo Italiano» Il Venerdì di Repubblica Roma, duemilaventi e rotti; un’Italia, un mondo simili ma non identici ai nostri. Un narratore avanti con gli anni, residente nell’«Ipotassi Cetomedioide», roccaforte piccoloborghese a ridosso del centro storico, prende il consueto caffè di cialda sul tavolo di cucina dell’appartamento che condivide con la compagna Carla. Parla fra sé: ricorda, disprezza, rimpiange, sogna, teme, scevera il tempo passato, la storia in cui è immerso, il poco futuro che sente di avere. Fantasie, memorie, ossessioni dell’uomo vertono sulla fine di un mondo – la fine del mondo? – e di un’esistenza, dando forma a una lettura integrale della nostra epoca, memorabile per intensità, umorismo, lucidità, crudeltà, stile. In questo libro, care lettrici e cari lettori, non sentirete il bisogno di una trama; potrete finalmente farne a meno! Ma il nostro uomo, questo sì, racconta: racconta la sua vita, racconta dell’amata Isola greca e dei suoi personaggi «più umani» di noi, racconta la città demmerda in cui vive, la nazione fascistoide che è diventata la nostra, racconta la Rete, racconta la molteplice, deprecabile e ammirevole umanità di cui partecipiamo. Racconta la realtà senza esserle servo, implicitamente ribellandosi, eppure – ripete l’uomo con amara ironia – accettandola. Con La fine del mondo, Francesco Pecoraro ci offre un «romanzo»ai confini del genere, sommamente divertente, di vertiginosa intelligenza, di commozione assoluta e profondamente innovativo, confermandosi tra i pochi scrittori italiani degni della grande modernità letteraria

    11. LA VITA FACILE di Mattia Insolia (Mondadori)

    Data di uscita: 5 febbraio 2026

    pp. 384

    €20 (cartaceo)

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    Teo ha ventotto anni e tra sé e la sua adolescenza ha messo molti chilometri e altrettanti silenzi. Milano gli ha concesso l’anonimato, avventure sessuali e soprattutto la possibilità di dimenticare. Quando però due dei suoi migliori amici del liceo, Giorgio e Matilde, si sposano, decide di tornare a casa, nella città di provincia in cui è cresciuto, dopo quasi dieci anni di assenza. Qui ritrova il gruppo di amici dell’epoca: oltre agli sposi – monade a due teste fin dalla terza superiore – ci sono Sofia, il suo amore mancato, Tommaso, l’indomabile, e Marta, la più fragile e misteriosa del gruppo. Dal primo all’ultimo anno di liceo sono stati loro sei: sempre insieme, visceralmente legati, inseparabili. Forse a tenerli uniti erano le ferite da cui ognuno dei sei, così giovane, era già segnato. Ma anche la sete di vita, amore, allegria sfrenata; in qualche modo, di futuro (“il futuro ci era stato promesso, ci avevano detto che sarebbe stato stupendo”). Finché, l’ultimo anno di liceo, un incidente non ha spezzato violentemente la loro amicizia: insieme, hanno fatto qualcosa di irreparabile, e quell’evento ha scavato in ognuno di loro un’insaziabile voglia di fuggire. Che adulti sono diventati? Che fine hanno fatto i loro sogni? Lo scopriamo durante i tre giorni che precedono il matrimonio, perimetro e conto alla rovescia del romanzo, che si muove avanti e indietro nel tempo in modo sapiente e implacabile, fino a condurci al momento in cui tutti i fili si riannodano e le verità di ognuno vengono a galla. Appena trentenne, Mattia Insolia scrive questa storia da una posizione eccezionale, quella di chi ha il talento e l’esperienza per raccontare la sua generazione dal di dentro. Lo fa mettendo in scena sei ragazzi feriti e disperatamente vitali negli anni in cui sono più belli, irrisolti, incandescenti. E ci consegna un romanzo mondo, che si legge tutto d’un fiato.

    12. DREAM HOTEL di Laila Lalami (TRE60)

    Data di uscita: 17 febbraio 2026

    pp. 384

    €19 (cartaceo)

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    Los Angeles, in un futuro molto vicino. Sara Hussein vive con il marito Elias e i loro gemellini di appena due anni. Le notti insonni, dopo la nascita dei bambini, la stanno logorando: lavoro, stress, zero riposo. In cerca di sollievo, si affida al Dreamsaver, un dispositivo sottocutaneo progettato per migliorare il sonno. Ma chi lo indossa deve pagare un prezzo: permettere al governo di accedere ai propri sogni in nome della sicurezza nazionale. Quando, al ritorno da un viaggio di lavoro, Sara viene fermata all’aeroporto, gli agenti della Divisione Valutazione Rischi la giudicano “potenzialmente pericolosa”: non ha commesso alcun reato, eppure l’algoritmo del dispositivo ha previsto che potrebbe farlo, e contro chi ama di più: suo marito. Così viene trasferita a Madison, un centro di prevenzione del crimine, dove le detenute, tutte “sognatrici” come lei, vengono sorvegliate giorno e notte per qualche settimana. Ma in questa struttura dove il cibo è scadente, l’acqua è razionata e le regole sono durissime, guardie crudeli annotano ogni minima infrazione per prolungare la detenzione, e ovunque ci sono occhi elettronici: telecamere, microfoni e sensori che rilevano ogni respiro o movimento, così che fuga e libertà sembrano impossibili. Almeno sino all’arrivo di una nuova detenuta, che rompe gli equilibri e accende in Sara una scintilla di speranza. Che cosa sa? Che cosa nasconde?
    Sospesa insieme alle altre in un mondo senza giustizia, Sara comincia a intravedere le crepe del sistema che imprigiona lei e le altre donne. E per trovare una via d’uscita, dovranno agire prima che sia troppo tardi.

    13. COSE SPIEGATE BENE. CINEMINO? (Iperborea & Il Post)

    Data di uscita: 18 febbraio 2026

    pp. 304

    €21 (cartaceo)

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    «La magia del cinema», si dice sempre: anche adesso che quella magia la viviamo sempre più da casa, nella magia del divano. E come tutte le magie, c’è una bellezza nello scoprirne trucchi, storie e sortilegi. In questo COSE Spiegate bene ne sono raccontati tanti: sui film che sono diventati dei «classici», sulla gestione delle sale cinematografiche, sul doppiaggio e sulla traduzione di un film, sulle professioni del cinema, sui festival, sugli Oscar, sui cinepanettoni, sul flop più famoso di tutti e sull’urlo più ascoltato di sempre. Ma anche sui cambiamenti in corso, che non sono solo l’avvento delle piattaforme di streaming. e del divano: ma anche la scomparsa della «pizza», il ritorno del piano sequenza, l’arrivo degli intimacy coordinator, i film da restaurare e i film sempre più bui.
    Ce ne sono, cose da sapere, e farsi venire voglia di andare al cinema.

    Con testi di Arianna Cavallo, Francesca d’Aloja, Pietro Grossi, Gabriele Niola e della redazione del Post. A cura del Post e di Nicola Sofri. Illustrazioni di Stefano Summo.

    14. UNIVERSALITY di Natasha Brown (NN Editore)

    Data di uscita: 10 febbraio 2026

    pp. 224

    €18 (cartaceo)

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    In una tenuta dello Yorkshire occupata da un collettivo di attivisti, un rave illegale in pieno lockdown degenera: il leader viene colpito alla testa con un lingotto d’oro e rimane incosciente, mentre l’arma, dal valore di quasi mezzo milione di sterline, scompare misteriosamente. L’episodio violento è il cuore di un’inchiesta giornalistica che diventa virale, trasformando le vite dei protagonisti: Hannah, l’autrice, ne festeggia l’adattamento televisivo, eppure nemmeno il successo le garantisce l’affermazione sociale; Richard, il banchiere, proprietario di lingotto e tenuta, viene travolto da un’ondata di sdegno che mina il suo status; e poi c’è Lenny, editorialista controversa, che sfrutta l’eco mediatica della storia a suo vantaggio proponendosi come paladina della morale pubblica. Ognuno custodisce la sua verità, ma piano piano i fatti passano in secondo piano e la vicenda diventa l’ennesimo “caso”, lasciando spazio solo alle opinioni di chi ne parla.

    Muovendosi tra thriller e satira sociale, Natasha Brown ci interroga sul nostro stesso modo di parlare del mondo e di partecipare, e ci propone un romanzo specchio della realtà contemporanea, dove i meccanismi di esclusione – di classe, di accesso, di possibilità – si nascondono nella retorica del discorso pubblico, rendendo sempre più elitario tutto ciò che dovrebbe essere universale.

    15. NON SCRIVERE DI ME di Veronica Raimo (Einaudi)

    Data di uscita: 5 febbraio 2026

    pp. 160

    €18 (cartaceo)

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    Dennis May è morto. Per il mondo è una notizia tra le tante, per S. è il finale sbagliato della propria storia. Dennis è stato l’oggetto della sua devozione e l’artefice della sua umiliazione, la possibilità di immaginare un’altra vita e l’infinito autoinganno. Se oggi S. fa la cameriera e disprezza quasi tutto è a lui che lo deve. O forse è solo un alibi. Con una voce magnetica, tenera e spiazzante, Veronica Raimo racconta lo scandalo del desiderio che si annida nel trauma, il ridicolo che si accompagna alla tragedia, il dubbio che a definire la nostra storia – più ancora di quanto è accaduto – sia quello che, nell’ottundimento della rabbia o dell’amore, continuiamo ad aspettare. «È il senso costante di reversibilità a causare dolore, l’idea che possiamo ancora cambiare le cose». L’ultima volta che ha visto Dennis May dal vivo – Dennis May “vivo” – S. aveva addosso dei jeans scuri e una maglia color smeraldo. Ora quei vestiti sono sepolti in cantina, pezzo forte di una collezione degli orrori insieme a un Nokia con i messaggi di Dennis e una locandina autografata di “Lark”, il film che lo aveva trasformato in un attore e regista di culto. Dentro quell’innamoramento collettivo S. ha camuffato la propria devozione, proteggendola con la tenacia di un cane da guardia perché nulla potesse scalfirla: né le stroncature ai film di Dennis, né i suoi silenzi e le sue fughe, né le dichiarazioni imbarazzanti alla stampa. L’ha protetta persino quando, nella stanza di un albergo a Roma, Dennis l’ha violentata per poi sparire dalla sua vita. E l’ha protetta quando ha temuto che ad altre donne, in altre stanze, potesse essere accaduta la stessa cosa. Oggi S. ha trentacinque anni, fa la cameriera in un bar, e non ha mai smesso di aspettare che Dennis tornasse per offrirle un’altra possibile versione della loro storia. Ha abbandonato il sogno di scrivere, ma legge il mondo con un’intelligenza corrosiva e un’ironia brutale che forse rivela l’esatta collocazione della ferita. Il suo è un curriculum fatto di inciampi, autosabotaggi, legami interrotti. Come l’amore incerto con Gionata, che ancora rimpiange, o la relazione burrascosa con Lorenzo, che si è innamorato di lei per quello che poteva diventare ma solo a patto che non lo realizzasse davvero, o l’amicizia con Agnese, che dice sì a tutto ma non fa mai domande, neppure quelle che a dirle ad alta voce cambierebbero molte cose. Ma adesso che Dennis May è morto, adesso che non c’è più niente da aspettare, può darsi che sia il tempo di smettere di fare la guardia, e tornare con qualcuno in quella stanza, per trovare le parole. Si dirà, di questo libro, che è un romanzo sull’ossessione amorosa e sulle narrazioni tossiche che condizionano le nostre vite, un romanzo sul fallimento e sul suo potere di seduzione, sulla scrittura e sulla vergogna, sull’ambiguità con cui la vittima abita il suo ruolo, sulla nostra idea di giustizia, su un certo modo fragile e rabbioso di essere uomini, sulla sorellanza. Si dirà tutto questo e sarà vero ma non ancora a fuoco: ci sono tanti modi di intercettare le grandi questioni del nostro presente, quello di Veronica Raimo è la letteratura.

    16. L’OSPITE REGALE di Henrik Pontoppidan (Iperborea)

    Data di uscita: 25 febbraio 2026

    pp. 128

    €15 (cartaceo)

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    Dopo sei anni di matrimonio, Emmy e Arnold vivono ancora felicemente nel loro paesino in brughiera, sovrastati dal cielo immenso dello Jylland di inizio Novecento. Copenaghen è un ricordo lontano e da tempo non ne rimpiangono più il fermento: tra gli impegni di medico di Arnold, le faccende di casa di Emmy e i tre bambini a cui badare, nel loro piccolo paradiso la vita scorre appagante e operosa, appena movimentata dagli screzi con qualche notabile del paese. Ma una sera di neve bussa alla porta uno sconosciuto a chiedere ospitalità. Elegante e dai modi del bel mondo, dice di essere un principe. Forse è solo un pazzo, o un impostore, ma con la forza delle sue parole, della musica che si offre di suonare e del suo fascino sovversivo, il misterioso «principe Carnevale» insinua in Emmy e Arnold una forma di turbamento che cambierà per sempre la loro interiorità, la loro relazione coniugale e quella con la comunità in cui sono immersi. Un piccolo capolavoro nordico che riflettendo sulla fragilità dell’ordine borghese e sulla superficialità dell’animo umano mette al centro, con grande modernità, il potere dell’alterità e il bisogno di disincanto e di «eterna inquietudine» per vivere davvero.

    17. L’IMPRONTA di Jo Nesbø (Einaudi)

    Data di uscita: 5 febbraio 2026

    pp. 416

    €21 (cartaceo)

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    Una metropoli ferita dalla violenza. Un poliziotto ostinato in cerca di risposte, anche su sé stesso. E un killer che si muove come uno spettro tra le maglie dell’America di oggi. Minneapolis, 2016. Quando un mercante d’armi legato alle gang è vittima di un attentato, gli indizi sembrano puntare verso un suo vicino, Tomas Gomez, che però tutti descrivono come tranquillo e perbene. Eppure Tomas Gomez potrebbe essere il misterioso Lobo, un assassino prezzolato che negli anni Novanta aveva scosso il mondo della criminalità locale con la sua ferocia. Adesso sembra tornato, deciso a regolare vecchi conti in sospeso. Bob Oz è un detective con un passato doloroso e un problema con l’alcol e le donne, che compensa la mancanza di talento non arrendendosi mai. Il caso Gomez lo affascina, suo malgrado. E indagando, contro tutto e tutti, capisce che Lobo – “il lupo” – non è in cerca di vendetta, ma di giustizia.

    18. IL BANDITORE di Joan Samson (Neri Pozza)

    Data di uscita: 13 febbraio 2026

    pp. 336

    €18 (cartaceo)

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    I Moore vivono in una fattoria nella comunità rurale di Harlowe, New Hampshire, dove la tradizione è legge e la corrente elettrica è un lusso. L’erba del pascolo da tagliare, il mais e le patate da coltivare, le vacche da mungere: la vita di John e Mim è scandita dal duro lavoro delle braccia, mentre la piccola Hildie cresce sotto il loro sguardo amorevole e la madre di John, indurita dall’artrite, è ormai incastonata nel divano davanti alla tv. È un’esistenza di semplici abitudini che si ripetono immutate, fino al giorno in cui in paese arriva Perly Dunsmore, un banditore d’asta. Dicono che abbia girato il mondo, Dunsmore, ma ora si è fermato proprio qui, sistemandosi nella casa più bella del paese, dove per altro è avvenuto l’unico omicidio che Harlowe ricordi. Elegante e suadente nei modi, il banditore – ha fatto sapere – organizzerà aste per raccogliere fondi da destinarsi alla polizia locale. La gente di Harlowe, tutta, è caldamente invitata a offrire anticaglie in disuso, anche cose da poco: in fondo che costa? Le aste si susseguono sempre più frequenti, finché gli abitanti si ritrovano senza più nulla da dare, se non le cose da cui non si separerebbero per nessuna ragione al mondo. Ma Dunsmore, spalleggiato dalla polizia di giorno in giorno più arrogante, non desiste dal chiedere e non tollera rifiuti. E chi si ribella non per forza sarà salvo. Ne Il banditore l’inquietudine e l’orrore strisciano dentro il quotidiano di una comunità, dove il lato oscuro aspetta solo di manifestarsi. Scritto nel 1975, primo e unico romanzo di Joan Samson, questa piccola perla di rural horror, che è già un classico, evoca La lotteria di Shirley Jackson e ispirerà Stephen King per il suo Cose preziose.

    19. 2 RAPINE, 1 GIORNO di Alessandro Canale (Accento Edizioni)

    Data di uscita: 25 febbraio 2026

    pp. 360

    €21 (cartaceo)

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    Sono passati più di dieci anni da quando Duilio Sciobbica detto Mortaretto, attrezzista saltuario a Cinecittà con un talento per aprire qualunque serratura, ha realizzato
    un leggendario controsgobbo: ha anticipato una grossa rapina sulla Roma-Fiumicino già programmata da altre temibili bande. Per salvarsi alle vendette, Mortaretto sceglie di costruirsi un alibi di ferro, facendosi incarcerare per tutt’altri motivi e passando cinque anni al sicuro in carcere.

    Oggi finalmente libero, Duilio si occupa con la moglie Silvana della trattoria Ventre de Vacca, mentre cerca di ricucire il difficile rapporto con la figlia Jessica, convinto che furti e rapine facciano ormai parte del suo passato.

    Sarà solo il rischio di vedere andare in fumo la sua nuova rispettabile vita di oste, marito e padre (e il timore di non potersi godere il lauto bottino di quel vecchio colpo) a spingerlo a riprendere in mano gli strumenti del mestiere e organizzare un nuovo controsgobbo. Questa volta, però, lo farà nei panni del giustiziere.

    Pubblicato a inizio Duemila con il titolo Il controsgobbo e criminalmente passato sotto silenzio, il romanzo di Alessandro Canale torna oggi in libreria per Accento edizioni, pronto a conquistare i lettori che merita, grazie al suo ritmo vorticoso, a una brillantezza tutta romana e alla scanzonata spietatezza della migliore commedia all’italiana.

    20. CUCINARE NEL SECOLO SBAGLIATO di Teresa Präauer (Marsilio)

    Data di uscita: 20 febbraio 2026

    pp. 176

    €16 (cartaceo)

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    Per la padrona di casa il cibo è sempre stato legato a un processo di crescita: dalle omelette della nonna, guarnite con cucchiaiate di marmellata, al sorso salmastro della prima ostrica. Ora che ha passato i quarant’anni, si prepara a dare una cena, desiderosa di mettere in tavola piatti raffinati, negli ingredienti e nella presentazione. Piega con cura i tovaglioli di lino in triangoli perfetti, sistema fiori di campo – una casa deve pur raccontare la vita! – sul tavolo di design danese dentro a un vaso di design finlandese e fa partire una playlist di musica jazz che trasmette un’eleganza disinvolta. Quella degli ascoltatori «con poca competenza ma molto gusto», di chi nella vita insegue a ogni costo il desiderio di distinguersi, non solo quando arreda, ma anche quando cucina, mangia e riceve. Eppure, la compostezza comincia a vacillare non appena arrivano gli ospiti, che entrando nell’appartamento appena rimesso a posto, un po’ brilli e decisamente in ritardo, neppure si accorgono delle scie d’acqua che stanno lasciando sul pavimento. Mentre i convenevoli e le chiacchiere colte lasciano il posto ad attriti culturali e tensioni erotiche, tutte le inibizioni a poco a poco si dissolvono e la padrona di casa fatica a tenere sotto controllo una serata la cui evoluzione non poteva nemmeno lontanamente immaginare… In questo romanzo di insolita grazia e intelligenza – un grande successo del passaparola –, Teresa Präauer disegna il ritratto di una generazione invaghita di forme e immagini, dando vita a una brillante commedia di costume che, sulla scia di libri di culto come Le cose di Georges Perec e Il dio del massacro di Yasmina Reza, mette a nudo la profonda crisi di senso che colpisce i nostri tempi, iperconnessi sui social network ma disconnessi dalla realtà.

  • Non ancora 101

    di Irene Salvatori

    Marcos y Marcos, gennaio 2026

    pp. 256

    €18 (cartaceo)

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    La Rosa, la bellissima elegantissima Rosa, non è del tutto un cane nemmeno lei, del resto qui pare che il gene del cane manchi un po’ in generale. Comunque sia, ogni mattina quando mi sveglio e la guardo che dorme beata con la testa adagiata sulla mia pancia, la vedo così elegante e delicata che potrebbe essere una statuina di porcellana cinese antica di quelle del museo di Dresda e penso che forse è la reincarnazione di una principessa. Imperiale, naturalmente. (p. 53)

    Precauzioni prima della lettura: guardare almeno una volta “La carica dei 101”, il cartone disneyano con Crudelia De Mon (allerta spoiler: i dalmata non li vuole tenere tutti per sé per coccolarli).

    Modalità d’uso: mettersi comodi e controllare che non ci siano borse incustodite. Aprire il volume e leggerlo. Le risate non sono da considerarsi un effetto indesiderato.

    Avvertenze: avere un cane, o meglio, più di uno, facilita la lettura ma garantisce la lacrima.

    Se Non ancora 101 di Irene Salvatori fosse una medicina, la sua posologia me la immaginerei esattamente così. Amo i cani, ma odio tutti i film con gli animali parlanti, perciò approcciarmi a questa lettura è stata una vera novità. Non avevo mai letto, infatti, libri con protagonisti “cani parlanti”, mentre di libri scritti da cani

    Questo romanzo corale tra l’autrice e i suoi sei bracchi ungheresi, racconta innanzitutto del bellissimo rapporto tra cani e umani. Il testo non si limita a proporre una visione di umano-padrone e cane-amico fedele e succube del primo. L’innovazione di Salvatori, sta proprio nel far confluire il pensiero umano a quello canino facendo perdere ogni distinzione e ogni confine realistico, seppur mantenendo questa bolla di magico universo parallelo in una Berlino sempre in movimento, multilingue e cosmopolita. Il rapporto tra la protagonista e i suoi amici pelosi è fatto di estrema complicità e comprensione: uno scambio di sguardi, lettura delle menti e di tanti piccoli gesti dolci o snervanti (e questi ultimi spesso ai danni di un letto o di una borsa). Gli stessi amici pelosi e protagonisti del componimento, hanno una loro marcata personalità che li porta a diventare fin da subito come sei personaggi in cerca d’autrice. Fortuna che che hanno trovato lei, ma son certa che la fortuna sia anche tutta sua (della scrittrice, intendo).

    Ma chi sono questi tanto menzionati magnifici sei? Aaron, l’uomo perfetto (ah, no è un cane), Ibi, la ragazza che è sopravvissuta, Gabor, il perennemente affamato, Rosa, la boss, Aziz, il tirabaci. Ah sì, e anche Bernardo (una presenza silenziosa e discreta, che c’è, ma non te ne accorgi). Questo libro è dedicato alla Signora Lorenz, l’addestratrice, ma io direi più l’interprete canina, ovvero colei che ha permesso all’autrice di tradurli, capirli e forse amarli ancora di più.

    – O Berna’, ma pure te, sei il doppio di tutti e ti fai mordere da questo scemo?
    – Io?
    – Eh, te. Mica ha morso me.
    Ma io che c’entro, se quello è scemo e morde gli altri è un problema suo, mica mio.
    Eggia. (p. 76)

    Ciò che risalta immediatamente è l’irriverenza della scrittura, quella comicità un po’ amara, o meglio agrodolce, che rende la lettura un groviglio di emozioni, difficili da sbrogliare perché avere un cane (o un gatto) è molto più di avere un semplice compagno o un amico. Significa prendersene cura, dedicargli tempo, attenzione. Sembra scontato ma non lo è e se si sceglie di accudirlo, allora non si sarà mai davvero soli. Nemmeno quando si è in doccia. È come se i cani riuscissero a leggere l’anima e soprattutto quando percepiscono la tristezza, il dolore e la fatica, sanno comunicare il loro sostegno e la loro totale devozione.

    Convivere con un cane tiene raggomitolati i fili e poi, proprio al di là di metafora, me mi tiene in equilibrio. Che se non fosse per loro finirei a gambe all’aria e chissà in quanti frantumi mi romperei.
    Non che non succeda comunque, ma almeno loro intervengono preoccupati e io ho un motivo per rialzarmi. (p. 196)

    I cani di questa storia parlano, ma forse quelli della nostra non li abbiamo ancora mai davvero ascoltati.

    Carlotta Lini

  • Cuore capovolto

    di Paola Barbato

    Neri Pozza, ottobre 2025

    pp. 368

    €20 (cartaceo)

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    I cattivi sono difficili da vedere e anche da capire, perché non sono mai del tutto cattivi.

    Tensione. Questo è il primissimo sentimento che si percepisce dalle pagine di questo inquietante romanzo al confine tra thriller psicologico, noir e poliziesco. Ciò che è sicuro è che il male si annida ovunque, anche nei luoghi e negli individui che paiono meno pericolosi. Il male è ovunque. Ma questo romanzo è agghiacciante perché parla di mostri, ma non di quelli dalle sembianze multiforme che si nascondono sotto al letto, no qui i mostri siamo noi esseri umani. Il male, quello vero, quello che fino a qualche anno fa ci sembrava pura distopia e distorsione della realtà, qui, nelle parole di Barbato è più che mai reale. E questo fa molto più paura di uno zombie.

    La storia racconta di Leonardo, tredicenne figlio di Ilaria e Attilio, genitori premurosi ma talmente tanto spaventati da controllarne l’intera esistenza, e seppure sia comprensibile da genitori, per un giovane preadolescente questo atteggiamento così rigido e controllante viene visto come un affronto, una privazione, che anziché avvicinare agli adulti, fa unicamente scappare lontano. E in questo caso lo fa rifugiare in un mondo virtuale in cui i confini della legalità non sono mai così netti. Il mondo degli smartphone, il mondo online. La loro paura è comprensibile, perché la storia è ambientata ai giorni nostri e questo mondo fa davvero paura. Se da un lato è rassicurante avere gli strumenti necessari per progredire nel futuro tecnologico, dall’altro lato, questi stessi strumenti in mano a dei minorenni possono rivelarsi un’apertura di mondi troppo oscuri per riuscire a proteggerli. Chi si nasconde dietro alla Rete dei cuccioli di cui fa parte il ragazzino? Un’organizzazione a livelli e a premi (chiamati crediti) che va a caccia di pulcini, gattini e cerbiatti. E come mai Leonardo ha un credito di oltre €800 sul suo conto? Fin dove ci si deve spingere per ottenerlo?

    Queste sono le domande che si pone Alberto Danini, agente di polizia sotto copertura della sezione informatica che indaga sul caso. Quest’ultimo si prende talmente a cuore la missione da perdere quasi l’aderenza con la realtà. Sposato ad Emanuele, medico bellissimo e dal carattere scontroso (per non dir stronzo), Alberto mollerà la comoda sedia da cui di solito opera per smascherare gli adulti che adescano minorenni, per scendere in campo e lottare contro l’orrore del web. Ma ciò che scoprirà andrà oltre ogni aspettativa, sua, e dei lettori.

    Barbato si conferma maestra nel genere e con questo romanzo tiene incollati alle pagine, in un crescendo dì suspence vertiginosa e angosciante molto ben riuscita, nonostante qualche lieve scivolamento di trama. I mostri che popolano quest’opera sono realmente tra noi e sono certa che dopo questa lettura, li inizierete a vedere anche voi, con o senza uno smartphone.

    Carlotta Lini