• Un inverno freddissimo

    di Fausta Cialente

    Nottetempo, ottobre 2022

    pp. 288

    €18 (cartaceo)

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    Un inverno freddissimo di Fausta Cialente venne pubblicato per la prima volta nel 1966. In questa più recente pubblicazione, la casa editrice Nottetempo riporta alla luce quel forte senso di smarrimento e solitudine del post-guerra che solo una voce come quella di Cialente sa raccontare. Un romanzo corale delicato, a me molto caro, come tutte le opere scritte da questa immensa autrice.

    Ma di cosa parla?

    È un inverno freddissimo quello del 1946 a Milano, un inverno molto duro tra le macerie. Una vecchia soffitta diventa il rifugio di una famiglia numerosa, che dopo le perdite della guerra cerca un nuovo inizio tra mille difficoltà. È Camilla a tenere tutti insieme: abbandonata dal marito, con tenacia e spirito di sacrificio si impegna a garantire un futuro alla sua famiglia allargata. I figli sono pieni di sogni: la ribelle Alba desidera una vita più agiata, Lalla vuole scrivere romanzi, Guido spera invece di diventare un attore. Vivono nella stessa casa anche il nipote Arrigo, musicista, con la moglie Milena; e Regina, vedova del partigiano Nicola, insieme alla sua bambina neonata. La soffitta milanese, popolata dai fantasmi del passato, deve difendere anche dal freddo interiore, fatto di distacchi e lutti. Ma è da questo freddo che riemergono anche le spinte più vitali, e Camilla, pur lacerata da profonde ferite, saprà alla fine riscoprirsi una donna libera e forte. “Un inverno freddissimo” esce per la prima volta nel 1966 ed entra nella cinquina del premio Strega.

  • La lega antiNatale

    di Michael Curtin

    Marcos y Marcos, novembre 2009

    Traduzione di Massimiliano Sossella e Maria Tronca

    €12 (cartaceo)

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    Se vi sentite un po’ Grinch e odiate le feste, ma soprattutto se volete saltare i pranzi e le cene natalizie con eleganza e raffinatezza, questo libro può essere la perfetta scusa per scappare a gambe levate da questi cari obblighi natalizi.

    Ma di cosa parla?

    Un irlandese disoccupato rimpiange che non gli abbiano spaccato la testa ventiquattro anni prima, quando giocava a rugby. Un commercialista ama travestirsi da donna ma teme gli venga un colpo e lo ritrovino morto in guèpière in una stanza d’albergo. Un ex dirigente molla tutto per dedicarsi a una missione: diffondere il linoleum nel mondo. La bellissima, agguerritissima boss di “Unipolitan” cerca un vero maschio al solo scopo di fare il contrario di quel che dice lui. Cos’hanno in comune? Il profondo desiderio di concedersi una partita a carte, una partita a whist. Tutti i mercoledì sera al King’s Arms Pub, a Londra. Soprattutto, spinti da un odio profondo e sincero per il Natale, li unisce un piano di sabotaggio per vilipendere e liberarsi una volta per tutte dalla Festa delle Feste…

  • Il pastore d’Irlanda

    di Gunnar Gunnarsson

    Iperborea, novembre 2016

    Traduzione di Maria Valeria D’Avino

    pp. 135

    €15 (cartaceo)

    €4.99 (ebook)

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    L’uomo e la Natura, è uno dei temi più dibattuti e affrontati da sempre nella storia della letteratura. Questo romanzo lo fa con una delicatezza e una sensibilità così forti da rimanere per sempre indelebili nelle menti dei lettori che vi ci si avventurano. È una lettura che scalda davvero il cuore. Sa di frase alla Bacio perugina, ma è la pura e semplice verità.

    Ma di cosa parla?

    Il Natale può essere festeggiato in tanti modi, ma Benedikt ne ha uno tutto suo: ogni anno la prima domenica d’Avvento si mette in cammino per portare in salvo le pecore smarrite tra i monti, sfuggite ai raduni autunnali delle greggi. Nessuno osa sfidare il buio e il gelo dell’inverno islandese per accompagnarlo nella rischiosa missione, o meglio nessun uomo, perché Benedikt può sempre contare sull’aiuto dei suoi due amici più fedeli: il cane Leó e il montone Roccia. Comincia così il viaggio dell’inseparabile terzetto, la «santa trinità», come li chiamano in paese, attraverso l’immenso deserto bianco, contro la furia della tormenta che morde le membra e inghiotte i contorni del mondo, cancellando ogni certezza e ogni confine tra la terra e il cielo. È qui che Benedikt si sente al suo posto, tra i monti dove col tempo ha sepolto i suoi sogni insieme alla paura della morte e della vita, nella solitudine che è in realtà «la condizione stessa dell’esistenza», con il compito cui non può sottrarsi e che porta avanti fiducioso, costi quel costi, in un continuo confronto con gli elementi e con se stesso, per riconquistare un senso alla dimensione umana. Nella sua semplicità evocativa, Il pastore d’Islanda è il racconto di un’avventura che diventa parabola universale, un gioiello poetico che si interroga sui valori essenziali dell’uomo, un inno alla comunione tra tutti gli esseri viventi. Esce per la prima volta in Italia un classico della letteratura nordica che ha fatto il giro del mondo e sembra aver ispirato Hemingway per “Il vecchio e il mare”, considerato in Islanda il vero canto di Natale.

  • Prima neve a Tomazawa 

    di Hideo Okuda

    Rizzoli, giugno 2025

    Traduzione di Asuka Ozumi

    pp. 336

    €13.50 (cartaceo)

    €7.99 (ebook)

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    Il mio viaggio letterario e mentale verso il Giappone mi ha portata a esplorare tanta narrativa dedicata ad esso. Questo romanzo corale, in particolare, ha ulteriormente smosso in me il desiderio di continuarlo, andando sempre più vicino, fino spero, un giorno, a ritrovarmici per davvero. E come ci insegna Prima neve a Tomazawa, la speranza è tutto nella vita.

    Ma di cosa parla?

    Nel cuore dell’Hokkaido, l’isola più settentrionale del Giappone, Tomazawa è avvolta nella neve e nel silenzio. Un tempo cittadina mineraria brulicante di vita, ora è un luogo dimenticato, abitato perlopiù da anziani e dai loro ricordi. Il barbiere Yasuhiko Mukoda ha smesso di credere in un domani diverso. Per questo, quando suo figlio Kazumasa lascia il lavoro alienante nella metropoli di Sapporo per tornare e rilevare la bottega di famiglia, Yasuhiko accoglie la notizia con scetticismo e timore: perché cercare il cambiamento in un luogo senza futuro? Eppure, il ritorno di Kazumasa è il primo segnale di speranza. Piano piano, anche altri tornano, e la piccola comunità inizia a riscoprirsi. Tra le vie innevate, si incrociano le vite di chi è partito e di chi è rimasto: un uomo torna per accudire il padre malato, una donna straniera arriva per amore e si scontra con il pregiudizio, una giovane scatena gelosie nella comunità. Yasuhiko osserva, ascolta, consiglia. Forse, in questo angolo dimenticato, è ancora possibile ritrovare un vero senso di appartenenza. Con voce quieta e luminosa, Hideo Okuda firma un romanzo corale sull’equilibrio tra radici e possibilità e sul valore dei legami umani, fatti di gesti semplici e quotidiani, capaci di illuminare anche gli inverni più lunghi.

  • La tua bellezza

    di Sahar Mustafah

    Marcos y Marcos, maggio 2020

    Traduzione di Francesca Conte

    pp. 384

    €18 (cartaceo)

    €11.99 (ebook)

    https://amzn.to/44F6gEG

    Per voi stroncati dall’odio, le vostre storie vi tengono con noi.

    In La tua bellezza Sahar Mustafah colloca la narrazione in un tempo ridotto all’essenziale. Afaf Rahman, direttrice della Nurrideen, una scuola islamica femminile negli Stati Uniti, sta pregando nel confessionale mentre nell’edificio si sta consumando un attacco armato.Un uomo americano e bianco entra con un fucile e inizia il suo sterminio ai danni di ragazze innocenti.

    Quando sente echeggiare gli spari attraverso la ventola, il primo pensiero di Afaf è per Azmia. Che materia ha adesso? In che aula è? A quale piano? Ma non riesce a concentrarsi. Va tutto così veloce. Un attimo prima sta pregando, poi sente gli spari, che all’inizio sente per petardi. Poi dalla ventola arrivano le urla. Le cedono le gambe, si accascia contro il muro. Porva a richiamare Lou, ma non risponde. È sola. Con le dita che tremano compone il 911 sul cellulare. (p. 329)

    Il romanzo diventa improvvisamente claustrofobico e ogni singolo respiro diventa irrimediabilmente pesante e pericoloso. Tutto il resto, la vita, le scelte, le contraddizioni, emerge da lì, senza un preciso ordine e senza la pretesa di ricomporsi. Il romanzo procede così, per ritorni improvvisi e per scarti. Il presente non viene mai davvero abbandonato, ma continuamente interrotto dai ricordi di Afaf: l’infanzia in una famiglia palestinese emigrata, il rapporto con la madre, il matrimonio, la fede, il lavoro. Non c’è un fil rouge nitido che tenga insieme tutto. E non sembra nemmeno esserci la volontà di costruirlo. La memoria entra in scena come entra nella mente di chi è sotto pressione: in modo diseguale e mai omogeneo.

    Afaf è un personaggio sicuro, autonomo, forte. È una donna che ha imparato a stare in equilibrio tra contesti che l’hanno sempre messa sotto pressione e sotto giudizio. La sua forza non è mai dichiarata, non è dettata da grandi gesti, ma si calibra, pagina dopo pagina, nel portare avanti responsabilità che non lasciano spazio all’esibizione. Afaf non viene resa esemplare, né addolcita. Non è un’eroina, ma non è nemmeno passiva. È a tratti rigida, a tratti stanca, spesso sola. Ed è proprio questa resistenza quotidiana, non eroica, a darle spessore.

    L’attacco armato che fa da cornice alla storia non viene trattato come un evento eccezionale. Non c’è suspense costruita, né compiacimento narrativo. La violenza entra nella scuola come qualcosa che, per quanto assurdo, non è del tutto imprevedibile. È il risultato di un clima fatto di semplificazioni, di paure coltivate e di identità ridotte a immagini fisse. L’uomo armato resta ai margini della narrazione, ma la sua presenza basta a mostrare quanto l’odio possa diventare un gesto quasi amministrativo, come svuotato di ogni pensiero razionalmente logico.

    Il titolo del romanzo accompagna il testo in modo ambiguo, più che altro polivalente. La tua bellezza non rimanda a qualcosa di celebrativo. È una bellezza osservata dall’esterno, interpretata, e, spesso, deformata. Una bellezza che non coincide con ciò che viene considerato accettabile. Eppure, esiste anche un’altra forma di bellezza, più interna e meno esposta: quella che passa attraverso i legami tra donne, attraverso lo spazio della scuola, attraverso un’idea di cura che non ha nulla di sentimentale o di estetico.

    La scelta di ambientare la vicenda in una scuola femminile è centrale. L’educazione non è solo uno sfondo, ma un luogo fragile, continuamente sotto pressione.

    Afaf annuiva e sorrideva, auspicando che ognuna delle sue alunne arrivasse a esprimere pienamente il suo potenziale. Non sognaavano pèiù matrimoni principeschi, una dote da fiaba; carriere da avvocato, da medico, da leader politico scintillavano adesso all’orizzonte di quelle giovani vite, più luminose di un anello di diamanti. (p. 19)

    Le ragazze che Afaf guida rappresentano ciò che può ancora crescere e, allo stesso tempo, ciò che è più vulnerabile. C’è una dimensione materna che attraversa il romanzo senza mai essere apertamente esplicitata: una forma di protezione che in qualche modo rassicura, nonostante la paura.

    La scrittura di Mustafah è controllata e selettiva. Non cerca né l’effetto scenico né fa leva sull’emozione. Anzi, talvolta può apparire fin troppo essenziale e ridotta al minimo, ma credo sia una scelta voluta, e il lettore si cala completamente nella storia cercando di mantenere anche lui come Afaf, contegno e lucidità, senza farsi sopraffare dal turbinio di emozioni che rischiano di tradirla. C’è un fortissimo senso di responsabilità, dettato da una tensione che a tratti sembra vacillare, perché in fondo siamo esseri umani e per quanto si reprimano i sentimenti, in situazioni di panico, tendono sempre a farsi avanti.

    Il legame con il vissuto dell’autrice si avverte senza mai trasformarsi in sovrapposizione diretta. Sahar Mustafah, cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia palestinese, conosce dall’interno la condizione di chi vive costantemente sotto uno sguardo che giudica. Questa esperienza non diventa mai rivendicazione, né chiave di lettura esplicita. Resta sullo sfondo, come una consapevolezza che informa il testo ma senza prenderne il controllo.

    Chiudo il libro con la sensazione di aver ascoltato qualcuno a lungo, senza poter intervenire. Non tutto mi è stato chiaro, non tutto mi è risultato vicino. Ma quella voce non si può liquidare in fretta, e questo, per me, è quello che conta.

    Carlotta Lini